Arabia Saudita
VIAGGI
Nel deserto a 350 km dalla prima città
Ad-Dammam, Al-Khobar, Khurais, Sito dell'impianto.
Viaggio di lavoro presso il sito in costruzione di un impianto petrolifero.
Sono stato più volte in Arabia Saudita. La prima già nel settembre del 2007. Ricordo ancora l'arrivo nella calda e umida città di Dammam. Il primo impatto, davvero sconcertante, fu con il controllo passaporti. Fu veramente estenuante. Poco importa se fossero già le tre di notte locali, non avevo dormito per niente e alle sei di quella stessa mattina un autista mi sarebbe venuto a prendere in albergo. In fila per i controlli dei militari non dovevo dare segni di nervosismo, neanche quando un militare spostò un gruppo di arabi davanti alla mia fila quando ormai era il mio turno. Pensai che dovevo stare tranquillo, dopotutto non ero in fila allo sportello di un ufficio postale italiano.
Ecco, dopo altri 45 minuti di coda tocca a me! Dapprima il militare controllò il mio passaporto e il visto. Poi pose il passaporto al lato della mia faccia per verificarne la foto, seguirono un certo numero di domande e infine mi fece togliere gli occhiali perché doveva farmi una foto. Quindi mi invitò a posizionare le mani su uno scanner per rilevare le impronte digitali.
Tutte le volte successive dei miei viaggi in Arabia Saudita spero che ormai abbiano i miei dati e che queste pratiche si svolgano più velocemente. Ma mi sbaglio sempre!
Dopo il ritiro del bagaglio, all'uscita, scorgo l'autista che ha un cartello con il nome della nostra Compagnia. Lo seguo nel parcheggio e fa già molto caldo, troppo caldo, anche se è notte fonda. Poi in circa un ora raggiungiamo il nostro albergo ad Al-Khobar. L’hotel è quello dove alcuni anni orsono fu ucciso il cuoco italiano.
Avvicinandoci in auto all’ingresso dell’Hotel è richiesto di spegnere i fari ed accendere la luce interna così che la guardia armata in una apposita postazione possa vedere bene gli occupanti. Il percorso è in mezzo ad una lunga serie di vicinissimi blocchi di cemento così l’autista deve passarci quasi a passo d’uomo. Mi assegnano una stanza. Discreta, ma dagli ultimi tragici fatti la porta è blindata. Anche se per poche ore riesco comunque a dormire.
La mattina però dalla reception ci avvisano che è iniziato il Ramadam per cui non possiamo fare la colazione nell’apposito locale. Con un po' di insistenza ci concedono di farla nelle nostre stanze. Quindi, un primo autista ci conduce presso gli uffici locali della Società. Da qui un secondo autista, dotato di un'auto 4x4 e abilitazione per guida nel deserto, ci porta nell'impianto petrolchimico a 350 chilometri in direzione ovest verso Riyadh. Attraversiamo vastissime aree desertiche, costellate da centinaia di cartelli di società di costruzioni. Raggiungiamo così il sito intorno a mezzogiorno. Il caldo è pauroso. Adesso ci sono 50°C. Ed ecco, abbiamo saltato il turno di mensa, ma ci preparano un panino e si comincia a lavorare.
Gli orari sono molto intensi, ma occorre seguire il lavoro degli operai sul cantiere che stanno realizzando un impianto di Hot Water Injection. Si inizia alle sei della mattina e si torna alle baracche alle 19e30. Giusto il tempo di cenare, fare una partita a ping-pong o a basket e di nuovo a letto. Così uguale per sei giorni la settimana.
Il mio lavoro procede bene, malgrado qualche iniziale problema informatico, ma una volta risolto, sono in grado di connettere i server della società indiana a Chennai, scaricare e controllare i documenti, ed approvarli attraverso i software di Milano. Inoltre, insegno ai "document controllers" qui in cantiere, l'uso di alcuni software e delle procedure. I document controllers sono filippini. Sono bravi e precisi. Mi raccontano che sono di religione cristiana e sognano un giorno di andare a vedere il Papa a Roma!
Durante il periodo di Ramadam, quando i mussulmani non possono mangiare o bere dal sorgere del sole al tramonto, anche noi, per rispetto, non dobbiamo bere o mangiare davanti a loro. Così anche per bere un caffè occorre chiudersi in uno stanzino.
In altre occasioni sono stato a Dammam presso i nostri uffici, per corsi di istruzione alla modellazione tridimensionale al personale locale.
Normalmente a pranzo sono invitato dai colleghi italiani lì residenti. Ma ho anche accettato l’invito dei miei “colleghi-allievi” a pranzo in un ristorante locale. Giungiamo un po’ troppo presto e il ristorante è chiuso perché il personale è in preghiera. All’interno è molto simile ad una nostra pizzeria. Con un grande bancone, un forno e dei tavoli disposti su un lato. Al muro c’è un lavandino che serve a chi, come da tradizione, mangia con le mani. Non c’è una grande scelta. Riso con montone o riso con pecora. Noi scegliamo il mix. Chiaramente a noi portano piatti e posate. Gli arabi invece ribaltano sul tavolo, coperto da un celofan, tutto il cibo e mangiano raccogliendo con la mano.
Ma ci sono anche ristoranti italiani. Uno in particolare è lungo la Cornice, una suggestiva passeggiata lungo mare tra palme e prati verdissimi. Passeggiando si vede illuminato il ponte del Bahrain che si specchia sulle calde acque del golfo. Ero a cena con i responsabili della base. Il locale ha due distinti settori, uno per uomini soli ed uno per le famiglie. Le donne, protette anche da paraventi, possono così togliere il velo, lontano da eventuali, ed azzardati, sguardi. In ogni caso, il proprietario è un italiano e ha sintonizzato la tv su un programma di Canale 5, ma nel momento in cui entra in scena Belen Rodriguez, si lancia sulla televisione e cambia canale. Noi siamo dispiaciuti, e lui ci ricorda le ferree regole di questo paese.
È l’ultimo giorno di lezione in ufficio. Saluto tutti e chiedo all’autista di portarmi alla Yard di prefabbricazione. La Yard è in direzione dell’aeroporto e ho preso appuntamento con il mio collega Vito per cenare con lui in mensa. C’è molto fumo, forse per un problema al Diesel Generator, così aspetto Vito in infermeria, che sembra un luogo più salubre. Dopo la cena in compagnia, saluto tutti e vado in aeroporto. All’ingresso c’è uno scanner per i bagagli. L’addetto attacca un adesivo ad ogni valigia che passa, anche se lui sinceramente non guarda il monitor. Il check-in non è ancora aperto così vado in bagno e quindi ritorno sui miei passi. Qui incontro un militare che mi dice di uscire dall’aeroporto e rientrare. Al mio accenno a spiegare che sono solo stato in bagno, con le mani sulle mie spalle, mi gira verso l’uscita e mi spinge via. Ok esco. Rientro nuovamente dalla porta pricipale e l’addetto dello scanner mi attacca un altro adesivo sulla valigia quasi centrando il precedente.
Foto:
Khurais
Hot Water Injection Plant
La temperatura è di 50°C, l'umidità è del 11%
Sullo sfondo i "confortevoli" alloggi del personale.
La tastiera del PC con i caratteri in arabo.